Il Wall Street Journal è la bibbia della finanza in America, e proprio perchè lo è si occupa anche della mini-finanza racchiusa nella paghetta ai bambini. I soldi sono soldi per tutti, anche per i più piccoli, è questo è pacifico. Ma che siano anche un grande mezzo che i genitori hanno per educare, o diseducare, i propri figli non è altrettanto scontato. Jeff Opdyke, che cura la finanza personale per il Wall Street Journal (Email: lovemoney@wsj.com) ha messo recentemente nero su bianco, nell’articolo Allowances: In Good Behavior and Bad?, il dissidio con sua moglie Amy a proposito della mancia come punizione. Loro figlio di 11 anni aveva detto bugie sui compiti da fare, e lei gli ha trattenuto una parte della paghetta senza dirlo a Jeff.
La tesi di lei: “La paghetta non è un diritto. Non la prende solo perchè è carino e perchè è nato. Io devo lavorare per i soldi e lui deve fare del suo per averli. Deve sapere che ci sono cose da fare altrimenti la perde”. Jeff è di parere opposto, e noi siamo al 100% d’accordo con lui, come abbiamo scritto nel nostro libro Figli & Soldi. Per Jeff, “la paghetta è uno strumento per insegnare ai bambini a maneggiare i soldi. Punto. Non è una carota per modellare il suo comportamento. L’avevo già verificato quando nostro figlio era ancora più giovane e gli tagliai la somma perchè aveva preso brutti voti. E’ stato un disastro, cominciò a mentire sulle sue trasgressioni per difendere le sue entrate”.
Mettere i soldi al centro di dispute che coinvolgono atteggiamenti, doveri, impegni personali in una fase delicata della crescita, secondo Jeff e anche secondo noi, significa, paradossalmente, rendere il denaro più importante di quello che è: come puoi insegnare ai figli che la vita non è tutta solo soldi se i tuoi sforzi disciplinari mandano il messaggio che lo sia ? E negare una mancia non ha riscontri pratici nella vita. Sul luogo di lavoro, un capo non trattiene la paga settimanale al dipendente che litiga con un collega o commette qualche sbaglio. Ma soprattutto, che cosa succede se il ragazzo pensa di avere già abbastanza soldi a disposizione? Se minacci di non dargli ciò a cui non è interessato non puoi sperare di modificare i suoi comportamenti. “Un paio di euro in meno dei 10 previsti perché non butto via la spazzatura o non apparecchio la tavola? Ok, fateveli voi questi lavoretti”, ti può dire il dodicenne con il sorrisino di sfida. E allora? Attenti, perchè una paghetta male applicata può diventare un boomerang. Voi di che partito siete? Con Amy, per la paghetta come carota per i buoni comportamenti? O con noi e Jeff, per la paghetta come mezzo educativo finanziario di per sé?
Scuola o Lavoro? Meritocrazia o Punizione? Riassumo in breve il pensiero di mia moglie e mio, premesso che, i genitori devono essere coerenti nei confronti dei figli e mostrarsi d’accordo nelle decisioni; se non condividono tra loro certe decisioni, è sempre meglio che ne discutano in separata sede):
- Nostra figlia ha 9 anni e abbiamo iniziato a educarla sulla paghetta iniziando a dargliela a 6 anni (a oggi siamo a 5 euro a settimana)
- L’impegno scolastico esula dalla paghetta e non riteniamo punirla per scarso rendimento: piuttosto cerchiamo di capire perchè è successo e interveniamo concretamente per aiutarla a ovviare
- I lavoretti dall’utilizzo della lavatrice al cane da portar fuori, dall’apparecchiare la tavola al rifarsi il letto è la motivazione principale che adottiamo per farle comprendere il significato della paghetta
- Anche il comportamento generale (che dovrebbe già essere compreso in una sana educazione) rientra nel concetto di paghetta
- Di conseguenza quando il comportamento e i lavoretti vengono svolti e bene si cerca di incoraggiarla con un bonus di 50 centesimi o 1 euro, a seconda dei casi
- Il concetto di 1 euro risparmiato = 1 euro guadagnato resta valido
Più importante è aiutarli a spendere bene, a non farsi prendere in giro dalle chimere di molte pubblicità (troppo spesso ingannevoli), a far loro comprendere la differenza fra ciò che serve effettivamente ed il superfluo (anche inteso nel senso di soddisfazione di ritorno), facendoli toccare con mano, su cose reali.
Per esempio, un’ora di lezione a cavallo in maneggio costa 15 euro, ed è un fatto reale, contro 6 pacchetti di figurine che raffigurano i cavalli su cartoncino colorato… decida lei se vuol fare una lezione in meno e comprarsi più figurine…
L’argomento non va trascurato, ma anzi sviluppato, visto che non si sa cosa riserverà il futuro per i nostri figli: meglio una piccola privazione in più oggi che una sensazione di insoddisfazione domani di fronte all’impossibilità di un acquisto.
Infine l’affetto non deve c’entrare nulla con i soldi: quello non si compra!!!
Grazie, aspetto critiche e suggerimenti per migliorare, sperando di avere offerto ad altri spunti utili di riflessione.
PS: Concludo con una battuta ma non troppo: bisognerebbe rieducare i nonni? visto che spesso sono troppo generosi! e qualche moglie? visto che a volte sono più vulnerabili per spese superflue?
gentili Cometto & Maggi
mi complimento di nuovo per il vostro blog e per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica che, anche grazie al vostro libro, state creando intorno all’educazione economica. Di certo l’interessamento alla tematica da parte di PattiChiari, dei media e del mondo politico in Italia è un notevole successo. Tuttavia, a mio parere, è opportuno portare l’attenzione anche sullo studio dei processi di socializzazione economica (cioè quei processi attraverso cui, sin da bambini, gli individui sviluppano conoscenze, atteggiamenti e opinioni diverse in relazione al denaro e all’economia), al fine di poter progettare percorsi educativi efficaci anche nel contesto italiano, facendo tesoro dei risultati emersi dalla ricerca sociale. Ad esempio, in base agli studi che ho consultato nel corso del dottorato di ricerca presso diverse università, in Italia e nel Regno Unito, le lacune e gli atteggiamenti di maschi e femmine in relazione all’argomento “economia” sono differenti (le ragazze hanno più timore del mondo della finanza, temono di non saper fare dei buoni investimenti, i ragazzi si sentono più sicuri anche se le loro conoscenze finanziarie sono limitate e sono più attratti dal guadagno che dal risparmio). Forse sarebbe utile tenere conto di tali evidenze anche in sede di progettazione della didattica e, perchè no?, anche in ambito familiare. Per chi fosse interessato all’argomento, se mi permettete un po’ di “pubblicità”, segnalo che questo lunedì 12 MAGGIO, ORE 17.30, presso la sala Maria Immacolata dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano è stata organizzata una tavola rotonda proprio sul tema “GIOVANI E DENARO. PERCORSI DI SOCIALIZZAZIONE ECONOMICA” che riunirà diversi esperti italiani nell’ambito dell’educazione economica. L’invito è aperto a tutti i lettori del blog.
(Per info: emanuela.rinaldi@unicatt.it)
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CREDO CHE SIA VERO IL CONTRARIO. E’ necessario togliere o ridurre la paghetta nella settimana in cui puniamo il figlio per qualche mancanza grave. A me sembra peloso il discorso di chi vuole minimizzare il valore di soldi solo quando occorre prendere una posizione moralmente forte nei confronti del piccolo. Siamo noi genitori ad avere inventato la paghetta e quindi a dare un grande rilievo ai soldi. Perciò siamo noi a dare un posto determinante ai soldi. Seguendo questa posizione vogliamo che il piccolo sia un ometto e gli diamo la paghetta, spesso anche in tempi troppo anticipati. Dobbiamo perciò essere conseguenziali: togliamo la paghetta se dobbiamo punire brutti voti o cattivi comportamenti. E’ pessima l’idea contraria. Io personalmente punirei il genitore che non punisce il discolo attraverso la paghetta. Ovviamente il discorso è molto più complesso e non investe solo la paghetta che è un minus di modesto rilievo nella filiera dei rapporti affettivi genitore-figlio.